ALLE ORIGINI DEL GATTO DOMESTICO

La domesticazione non ha alterato significativamente aspetto e comportamenti originari del gatto perché nel corso dei millenni l’unica sottospecie divenuta domestica si è ripetutamente mescolata con le altre sottospecie rimaste selvatiche.

Nella loro complessa storia evolutiva, i gatti domestici si sono incrociati più volte con diverse sottospecie selvatiche. Proprio per questo il processo di domesticazione non ha alterato profondamente le caratteristiche morfologiche, fisiologiche, comportamentali ed ecologiche dei gatti, a differenza di quello che è accaduto per esempio ai cani.

A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Lovanio, in Belgio che, collaborando con altri centri di ricerca, ha tracciato l’evoluzione del gatto domestico dal Neolitico a oggi. Lo studio è descritto in un articolo su “Nature Ecology & Evolution”.

Claudio Ottoni, Eva-Maria Geigl e colleghi hanno analizzato il DNA di 352 gatti arcaici e 28 gatti selvatici moderni, riuscendo a ricostruire ciò che è avvenuto in un arco di tempo di oltre 9000 anni, dalla fine del Neolitico fino al XX secolo.

I gatti selvatici (Felis silvestris) erano diffusi in tutto il mondo fin dalla più remota antichità, vivendo, a fianco degli esseri umani per migliaia di anni ben prima che iniziasse il processo di domesticazione, molto probabilmente in una relazione di reciproco vantaggio: i gatti predando i roditori attirati dal cibo degli umani, e gli esseri umani conservando meglio le proprie scorte. Solitario e territoriale il gatto selvatico, infatti, non si prestava facilmente alla domesticazione.

Attualmente si distinguono cinque sottospecie di gatti selvatici (Felis silvestris silvestris, F. s. lybica, F. s. ornata, F. s. cafra e F. s. bieti), una sola delle quali è stata alla fine domesticata: F. s. lybica. Questa sottospecie è a sua volta divisa in cinque sottogruppi, o cladi, due dei quali hanno contribuito in misura massiccia all’eredità genetica del gatto domestico odierno.
Un sottogruppo, indicato con la sigla IV-A, è apparso per la prima volta nell’Asia sud-occidentale, in particolare nella penisola anatolica, per poi diffondersi in Europa già nel 4400 a.C. Il secondo sottogruppo, chiamato IV-C, è quello di una linea di gatti africani presente in Egitto, che costituisce anche la maggioranza delle mummie di gatto egizie.

Questo secondo lignaggio si è poi diffuso in tutto il Mediterraneo nel primo millennio a.C. lungo le rotte commerciali, probabilmente grazie al fatto che i gatti si rendevano utili tenendo sotto controllo i roditori sulle navi.
Nelle località di approdo, questi gatti si sono poi mescolati in più riprese sia con quelli del lignaggio IV-A, sia con i gatti selvatici locali. Proprio questa ripetuta ibridazione ha consentito ai gatti domestici di conservare i caratteri originali.

Gli autori hanno anche scoperto che la mutazione recessiva associata al mantello tabby, ossia a strisce ben distinte, è apparsa solo nel Medioevo ed è comparsa prima in Asia sud-occidentale, per poi diffondersi in Europa e in Africa.

Tratto da Le Scienze